IL PRIMO FESTIVAL BIENNALE SULLA COESIONE SOCIALE

QUA – IL QUARTIERE, BENE COMUNE

FACT SHEET n.8 - Maggio 2018 - Di Paolo Graziano, Università di Padova e OCIS, e Francesca Forno, Università di Trento e OCIS

Rendere la democrazia più partecipata e inclusiva è forse facile a parole ma estremamente difficile da realizzare nei fatti. Per questa ragione, i tentativi di innovazione nelle pratiche di partecipazione vanno sempre guardati con favore e, laddove possibile, studiati e analizzati criticamente. Il caso di “QUA – Il quartiere, bene comune” costituisce un tentativo messo in cantiere dal Comune di Reggio Emilia per fare ‘urbanistica partecipata’ con l’obiettivo di “realizzare, nei quartieri della città, processi di co-definizione, con cittadini, associazioni o altri soggetti interessati, di soluzioni innovative che migliorano la vita della comunità o la qualità dell’ambiente urbano e del territorio”. Si tratta di un progetto avviato nella seconda metà del 2014 e che è ancora in fase di realizzazione.

Come ogni processo partecipativo, anche “QUA” si è dato regole e procedure per rendere possibile la partecipazione dei cittadini. Sei sono le tappe fondamentali: ascolto delle segnalazioni, dei bisogni e delle proposte; istruttoria di fattibilità tecnica e economica a cura dei servizi del comune coinvolti; condivisione della proposta di accordo con la cittadinanza attraverso incontri aperti; firma dell’accordo tra cittadinanza e amministrazione che ufficializza l’impegno reciproco rispetto alle azioni e agli interventi; attuazione, gestione e monitoraggio dell’accordo; valutazione e rendicontazione dei risultati ottenuti.

Inoltre, analogamente ad altri processi partecipativi, è stata identificata la figura del facilitatore (‘l’architetto di quartiere’) che ha avuto il compito di “rafforzare il sistema di relazioni presenti nei quartieri e nelle frazioni tra il Comune, le associazioni, i volontari e i cittadini attraverso la co-progettazione”.

Ma quali sono stati i numeri della partecipazione? La Tabella 1 sintetizza alcuni dei dati più rilevanti. Si segnalano, in ordine di importanza, almeno due elementi. Il primo riguarda il numero totale di soggetti individuati e contattati nell’ambito del laboratorio: tra il 2015 e il 2016 sono state raggiunte 17.440 persone a fronte di una popolazione totale, relativa ai quartieri coinvolti, pari a 48.615 individui, con un risultato in termini percentuali di circa il 36%. Pur non avendo termini di paragone rispetto ad altri progetti simili, si tratta senz’altro di un dato ragguardevole, anche se è relativo alle persone ‘raggiunte’ e non ai ‘partecipanti’.

 

Tabella 1. I numeri del progetto QUA – Il quartiere bene comune
Fonte: Nicoletta Levi, Quartiere, bene comune. [V]alutazione e accountability di una politica pubblica, Tesi di Master in Management Pubblico per il Federalismo, Politecnico di Milano, II ed., 2017, pag. 29.

 

Il dato relativo ai partecipanti, infatti, è pari a 678, numero decisamente più esiguo, che mostra quali possano essere i margini di miglioramento del progetto. Va tuttavia ricordato che altri strumenti di democrazia partecipativa, quali i bilanci partecipativi, vedono in generale la partecipazione di un numero comunque piuttosto limitato di persone – spesso intorno al 5%, raramente vicino al 10%. E questo perché, come è noto agli studiosi del fenomeno, la partecipazione ‘costa’ e non tutti i cittadini sono disposti ad affrontare tali costi. Inoltre, va ricordato come nel caso di QUA la partecipazione dei cittadini implica anche una responsabilizzazione maggiore rispetto alla semplice espressione di un voto. Pertanto, pur rimanendo un tasso di partecipazione relativamente limitato, si tratta di una partecipazione di particolare qualità.

Inoltre, utilizzando altri parametri, è possibile evidenziare come ai laboratori abbiano partecipato attivamente quasi il 50% delle associazioni reggiane. Un risultato, questo, che sottolinea come l’iniziativa proposta dal Comune di Reggio Emilia abbia riscosso un ampio favore tra i soggetti organizzati. Aggregando i vari interessi, sebbene in modo indiretto, questi attori rappresentano un importante canale di mediazione (e di formazione) della domanda sociale.

Oltre alla partecipazione, un elemento di un certo interesse riguarda l’impatto sociale del progetto. La Tabella 2 ci aiuta a comprendere l’esito di “QUA – Il quartiere bene comune” sotto il profilo dell’incremento della coesione sociale. Ad esempio, dalla suddetta tabella risulta che a seguito del progetto è aumentata la soddisfazione da parte dei soggetti capofila – associazioni di quartiere – nei rapporti con l’amministrazione pubblica municipale. Inoltre, si registra un incremento – sempre derivante dalla realizzazione del progetto – nell’impegno investito nelle relazioni con altre associazioni.

 

Tabella 2. Misurazione dell’impatto sociale
Fonte: Nicoletta Levi, Quartiere, bene comune. [V}alutazione e accountability di una politica pubblica, Tesi di Master in Management Pubblico per il Federalismo, Politecnico di Milano, II ed., 2017, pag. 29.

 

In altri termini, il progetto QUA ha creato maggiore interazione tra gli abitanti dei quartieri, associazioni e il Comune, e maggiore ‘investimento nelle relazioni’ tra le associazioni cittadine. E le relazioni portano spesso alla creazione di fiducia, e cioè di coesione sociale.

In sintesi, il progetto QUA costituisce un esempio di ‘fare partecipazione’ innovativo che meriterebbe maggiori approfondimenti. È evidente infatti che anche nel contesto di Reggio, tradizionalmente caratterizzato da alta propensione alla partecipazione sociale e politica, chiedere alla cittadinanza di partecipare può rivelarsi oggi piuttosto difficile e forme di democrazia partecipativa possono facilmente trasformarsi in forme di rafforzamento della democrazia rappresentativa, anche se si tratta di una rappresentanza funzionale (associazioni) e non più elettorale (elettori). È possibile che la partecipazione sia ormai percepita come così lontana dalle possibilità dei cittadini, che anche laddove se ne manifesta l’opportunità la cittadinanza fatica a partecipare. Ma è anche noto come la partecipazione abbia tempi lunghi e vada “allenata” e quindi, per poter realizzare in modo compiuto forme di partecipazione, sia necessario far passare del tempo e ripetere l’esperienza. E sono proprio le città che possono oggi rappresentare vere e proprie “palestre di democrazia”, luoghi dove il rapporto di fiducia tra cittadini e politica può essere ricostruito.

 

Per saperne di più:

Il sito del progetto: https://www.comune.re.it/retecivica/urp/pes.nsf/web/Dcntrmnt1?opendocument

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