IL PRIMO FESTIVAL BIENNALE SULLA COESIONE SOCIALE

Riforma fiscale e “Flat tax”: i rischi per lo Stato e la coesione sociale

Ae n.217, luglio 2019

 

Riforma fiscale e “Flat tax”: i rischi per lo Stato e la coesione sociale.

Il regime agevolato per gli autonomi rischia di provocare distorsioni e aumentare la disparità tra i lavoratori

 

La Legge di Stabilità per il 2019 ha modificato il regime fiscale  per  i  lavoratori  autonomi  con  l’obiettivo  di  ridurre  il  livello  del  prelievo  per  questi  contribuenti.  Due  sono  le  innovazioni introdotte. Primo, si è stabilito un deciso ampliamento, a partire dal 2019, della platea di lavoratori autonomi che possono accedere al regime fiscale agevolato con aliquota  del  15%,  ulteriormente  ridotta  al  5%  per  i  primi  cinque  anni di attività: rientrano così nel nuovo regime i lavoratori autonomi con reddito annuo fino a 65.000 euro lordi (la norma precedente prevedeva un reddito massimo di 30.000 euro per gli under 35 e di 25-50.000 per gli altri). Secondo, a partire dal 2020, si è creato un nuovo regime fiscale, con aliquota  fissa  al  20%  per  i  lavoratori  autonomi  con  redditi  annui  tra  i  65.000  e  i  100.000  euro.  Alcune  stime  mostrano come, con tali regole, circa l’80% dei lavoratori autonomi  non  sarebbe  soggetta  all’imposizione  fiscale  sui  redditi  (Irpef ) caratterizzata dal principio di progressività del prelievo, e, a parità di reddito, pagherebbe molte meno imposte dei lavoratori dipendenti, soggetti ad aliquote marginali del 23% su redditi annui fino a 15.000 euro per arrivare al 41% per i redditi fino a 75.000 euro e al 43% oltre tale soglia. La frammentazione in materia di normativa fiscale conseguente  a  tali  novità  produce  diverse  distorsioni:  1)  iniquità  tra  i  lavoratori dipendenti e la maggior parte degli autonomi; 2) iniquità tra i lavoratori autonomi che accedono al regime fiscale agevolato e quelli che ne sono esclusi; 3) una sensibile riduzione della progressività del sistema; 4) un incentivo ad assumere autonomi al posto di dipendenti per ridurre il costo  della  manodopera;  5)  una  riduzione  delle  entrate  dello  Stato, per effetto delle più basse aliquote fiscali e per l’incentivo a non superare la soglia dei 100.000 euro. Inoltre  un  dibattito  sempre  più  intenso  è  emerso  attorno  alla “Flat tax”. La proposta mira a superare la progressività dell’attuale  regime  fiscale  con  l’introduzione  di  un  sistema  duale di prelievo caratterizzato da un’aliquota unica al 15% per tutti i redditi fino a 80.000 euro annui, combinata con un’aliquota  del  20%  per  le  quote  di  reddito  superiori  a  tale  soglia.

 

50 miliardi

di euro, la riduzione delle entrate annue nel bilancio dello Stato
se venisse introdotta la “Flat tax” proposta nel “Contratto di governo”

 

Poiché il principio della progressività fiscale è saldamente ancorato alla Costituzione, è prevista una deduzione pari a 3.000 euro finalizzata a mantenere una limitata progressività.  Se  venisse  approvata,  la  “Flat  tax”  produrrebbe  una  serie  di  significative  conseguenze.  Un’analisi  a  cura  di  Baldini e Rizzo (“Flat tax”, Il Mulino, 2019) mostra che non solo  verrebbe  ridotta  la  progressività  del  sistema  -la  maggior parte dei risparmi fiscali andrebbe a vantaggio dei più ricchi-  ma  deriverebbero  anche  conseguenze  preoccupanti  sulla  finanza  pubblica,  con  una  diminuzione  delle  entrate  attorno ai 50 miliardi l’anno. Da un’altra prospettiva, alcune nostre simulazioni mostrano che l’introduzione della Flat Tax  avrebbe  importanti  conseguenze  negative,  incrementando la disuguaglianza: i valori del coefficiente di Gini, che misura la disuguaglianza dei redditi, aumenterebbero infatti  da  0,348  a  0,381  nel  caso  di  redditi  da  lavoro  (prima  del  prelievo fiscale il valore è del 0,391) e da 0,342 a 0,372  per i redditi da pensione (il valore è 0,384 prima delle tasse). I rischi sia per lo Stato sia per la coesione sociale paiono dunque essere  rilevanti,  specie  in  un  Paese  caratterizzato  da  persistenti difficili condizioni di finanza pubblica e da tassi di disuguaglianza (e povertà) tra i più elevati d’Europa.

 

Questo articolo è stato scritto da Michele Raitano e da Matteo Jessoula per la rubrica mensile OCIS all’interno di Altreconomia.

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