IL PRIMO FESTIVAL BIENNALE SULLA COESIONE SOCIALE

Incubatore Coeso

Per parlare di coesione sociale siamo partiti dalle storie, realizzando una mappatura di buone pratiche, progetti, realtà nati dal basso o dalle istituzioni che raccontano, a volte meglio dei numeri, cosa significa fare coesione sociale in Italia. Abbiamo provato a raccontarle, attraverso interviste, articoli, video e immagini. La sezione è in continuo aggiornamento.

Orange Fiber: tessuti sostenibili dagli agrumi

Orange Fiber: tessuti sostenibili dagli agrumi

Orange Fiber è una fibra tessile artificiale di origine naturale – simile alla seta – la prima al mondo ad essere estratta dagli scarti di lavorazione degli Agrumi. L’idea è nata in Sicilia da due giovani ragazze che credono fermamente nel futuro sostenibile della moda. Orange Fiber è stata ottenuta grazie alla collaborazione del Politecnico di Milano che nel 2012…

Orange Fiber è una fibra tessile artificiale di origine naturale – simile alla seta – la prima al mondo ad essere estratta dagli scarti di lavorazione degli Agrumi. L’idea è nata in Sicilia da due giovani ragazze che credono fermamente nel futuro sostenibile della moda.

Orange Fiber è stata ottenuta grazie alla collaborazione del Politecnico di Milano che nel 2012 ha sviluppato un innovativo processo che consente di trasformare il sottoprodotto che l’industria di trasformazione agrumicola produce, circa 1 milione di tonnellate l’anno –  e che altrimenti andrebbero smaltite con dei costi per l’industria del succo di agrumi e per l’ambiente – in un tessuto di alta qualità capace di rispondere al bisogno di sostenibilità e innovazione dei fashion brand. L’innovativo processo è stato brevettato in Italia nel 2013 ed esteso a PCT internazionale l’anno seguente. La prima parte della trasformazione avviene in Sicilia, dove la cellulosa atta alla filatura viene estratta. Viene poi mandata in Spagna, qui un’azienda partner la trasforma in filato. Infine rientra in Italia e una tessitura comasca la trasforma nel prodotto finito: un tessuto sostenibile di alta qualità per il settore moda-lusso.

La soluzione individuata offre la possibilità di soddisfare la crescente richiesta di cellulosa per uso tessile preservando le risorse naturali, senza produrre scarti industriali. Paragonato alle fibre cellulosiche artificiali esistenti, sia quelle derivate da legno che quelle da canapa e bambù, Orange Fiber non sfrutta le risorse naturali, ma utilizza un sottoprodotto destinato allo smaltimento, riducendo così lo sfruttamento di terra e acqua, l’uso di pesticidi inquinanti e l’impatto della produzione tessile sul pianeta. Nel 2016 la startup è stata insignita con il Global Change Award, il premio internazionale indetto dalla H&M Foundation, per accelerare le innovazioni con il più alto potenziale di trasformazione dell’industria della moda in chiave sostenibile.

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REFOOD Italia

REFOOD Italia

Refood è un’organizzazione non-profit eco-umanitaria, gestita al 100% da volontari, con la missione di eliminare gli sprechi alimentari e la fame attraverso la raccolta e il recupero di cibo avanzato da supermercati, ristoranti e bar e la conseguente ridistribuzione a chi ne ha bisogno. Il progetto, nato a Lisbona nel 2011 da un’idea di Hunter Halder, conta oggi più di…

Refood è un’organizzazione non-profit eco-umanitaria, gestita al 100% da volontari, con la missione di eliminare gli sprechi alimentari e la fame attraverso la raccolta e il recupero di cibo avanzato da supermercati, ristoranti e bar e la conseguente ridistribuzione a chi ne ha bisogno.

Il progetto, nato a Lisbona nel 2011 da un’idea di Hunter Halder, conta oggi più di 4.000 volontari solo in Portogallo e il suo modello è stato esportato in tutto il mondo. In italia attualmente esistono 10 gruppi di lavoro: Roma, Venezia, Bologna, Milano, Torino, Palermo, Udine, Padova, Lecce, Napoli. E circa un centinaio di volontari, organizzati in gruppi di studio, stanno studiando come affrontare la burocrazia italiana e distribuire il cibo che altrimenti verrebbe buttato.

Refood Italia sta cercando persone che abbiano voglia di collaborare al progetto o anche solo interessate e disposte a fare passaparola!
Per adesioni e informazioni è possibile inviare una mail a Lynn Chasson, portavoce degli esploratori italiani: lynn@refooditalia.org

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L’Albergo Etico apre a Roma

L’Albergo Etico apre a Roma

Il 28 dicembre ha inaugurato a Roma l’Albergo Etico e il sogno di Antonio è diventato realtà. L’idea è nata grazie ad Antonio Pelosi, imprenditore cresciuto in una storica famiglia di albergatori che anni fa rimane 3 settimane in coma in seguito a un grave incidente stradale. «Da lì mi è venuta l’idea: mettere su una struttura che potesse ospitare…

Il 28 dicembre ha inaugurato a Roma l’Albergo Etico e il sogno di Antonio è diventato realtà.
L’idea è nata grazie ad Antonio Pelosi, imprenditore cresciuto in una storica famiglia di albergatori che anni fa rimane 3 settimane in coma in seguito a un grave incidente stradale. «Da lì mi è venuta l’idea: mettere su una struttura che potesse ospitare e aiutare chi era riuscito a farcela uscendo dal coma». Così la villa di via Pisanelli, ex scuola privata fino al 2000, grazie al finanziamento da parte del Social Impact Banking di Unicredit, si è trasformata in un albergo con 17 camere doppie, arredate con gusto e dotate di ogni confort e tecnologia, un bar, un ristorante aperto agli ospiti dell’albergo e agli esterni, una terrazza e una sala per il co-working.
Lo staff è composto da 10 ragazzi con diverse disabilità che da marzo stanno studiando per imparare come gestire un albergo nel cuore di Roma.
L’obiettivo, oltre al servizio di ospitalità, è quello di permettere ai ragazzi diversamente abili di esprimere al meglio le loro abilità residue per aiutarli a sentirsi utili e inseriti nel mondo del lavoro. «Il mio vuole essere un punto di partenza – spiega Pelosi -: sfruttando le mie competenze nel settore, voglio formare delle professionalità che poi possano lavorare anche altrove».

L’Albergo etico fa parte oggi di una rete internazionale, un nuovo modo di dare accoglienza. La prima esperienza è nata in Italia, ad Asti nel 2006 con il progetto Download Albergo Etico, diventato associazione nel 2009 e cooperativa sociale poi.

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Il Paese ritrovato

Il Paese ritrovato

Il Paese ritrovato è un piccolo villaggio autosufficiente – nato da un’idea della Cooperativa la Meridiana – inaugurato a giugno 2018 a Monza, che rivoluziona il modo di intendere la cura e l’assistenza e offre alle persone malate di Alzheimer e demenza la possibilità di vivere in libertà e al tempo stesso di usufruire della necessaria assistenza e protezione. Qui…

Il Paese ritrovato è un piccolo villaggio autosufficiente – nato da un’idea della Cooperativa la Meridiana – inaugurato a giugno 2018 a Monza, che rivoluziona il modo di intendere la cura e l’assistenza e offre alle persone malate di Alzheimer e demenza la possibilità di vivere in libertà e al tempo stesso di usufruire della necessaria assistenza e protezione.

Qui le persone hanno la sensazione di condurre una vita quasi normale, abitano in casette colorate, vanno a fare la spesa, si trovano al bar per parlare del più e del meno, vanno dal parrucchiere e anche in palestra.
Gli abitanti attualmente sono 32 (ma arriveranno a 64), tutti over 70 affetti da demenza lieve o moderata. Sono costantemente supportati da personale specializzato e seguiti attraverso dispositivi non invasivi sia di tipo ambientale (domotica avanzata) sia di tipo fisiologico (sensori indossabili), per garantire al contempo adeguato sostegno all’autonomia residua e un aiuto nelle difficoltà quotidiane. L’esperimento è monitorato dal CNR e dal politecnico di Milano.

Il primo villaggio Alzheimer è nato in Olanda nel 2009 a West, un comune vicino ad Amsterdam, e ospita 152 persone suddivise in 23 case. Anche qui gli abitanti vivono insieme, frequentano corsi e laboratori, negozi, cinema e teatro, gestiti da operatori specializzati in demenza. Non solo: nel villaggio ci sono anche un ristorante e un pub che sono aperti a tutti e dove, quindi, gli abitanti possono socializzare e conoscere le altre persone del quartiere.
Strutture simili sono in costruzione a Roma, Varese e in California.

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Pub&Shop • Vale la Pena

Pub&Shop • Vale la Pena

Circoli virtuosi che cambiano le cose dal basso
Qualche anno fa vi avevamo raccontato la storia del birrificio Vale la Pena, un progetto nato nel 2014 per iniziativa della Onlus Semi di Libertà, che ha coinvolto i detenuti del carcere di Rebibbia in un percorso di formazione e inclusione applicato alla produzione di birra artigianale. Cosa c’è di nuovo? Lo scorso 11 ottobre è stato inaugurato il Pub&Shop•Vale…

Qualche anno fa vi avevamo raccontato la storia del birrificio Vale la Pena, un progetto nato nel 2014 per iniziativa della Onlus Semi di Libertà, che ha coinvolto i detenuti del carcere di Rebibbia in un percorso di formazione e inclusione applicato alla produzione di birra artigianale.

Cosa c’è di nuovo? Lo scorso 11 ottobre è stato inaugurato il Pub&ShopVale la Pena, un locale in via Euralio 22 a Roma, in cui sarà possibile degustare i prodotti del birrificio e non solo. Saranno presenti, infatti, altri prodotti realizzati a Rebibbia, come i formaggi a latte crudo di Cibo Agricolo Libero, caseificio artigianale della sezione femminile, il Caffè Galeotto, miscela solidale dei migliori crudi provenienti da diversi Paesi, tostato dalla Cooperativa sociale Pantacoop. E, ancora, le verdure che arrivano dall’Orto Rinchiuso gestito dalla cooperativa Men at Work.
Sugli scaffali del nuovo Pub&Shop saranno disponibili anche produzioni carcerarie provenienti dal resto d’Italia: dai Taralli Campo dei Miracoli del carcere di Trani, ai biscotti Cotti in Fragranza dell’istituto Malaspina di Palermo, dalla pasta GiglioLab srl dell’Ucciardone ai grissini Farina nel Sacco del carcere di Torino. E poi anche borse e abbigliamento, con le Malefatte del carcere di Venezia e le magliette Extraliberi, prodotte dal laboratorio di serigrafia della casa circondariale di Torino “tutto rigorosamente 100% galera”.

“I prodotti dell’Economia Carceraria – spiega Paolo Strano presidente della Onlus Semi di Libertà – puntano più alla qualità che alla dinamica speculativa del profitto e sono frutto di impegno ed orgoglio. Ogni prodotto realizzato all’interno del carcere è una storia che si offre a ognuno di noi, una storia da raccontare e da ascoltare. Perché l’economia carceraria ha tutto il potenziale produttivo per contribuire alla crescita del Paese. E’ un business virtuoso, pulito, solidale, dall’alto valore sociale e rigenerativo. Perché ogni cosa prodotta in carcere ha nella sua anima un valore aggiunto: quello del riscatto sociale e della scommessa su sé stessi”.

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